La metafora del pescatore

Come detto, pur restando a contatto con le avanguardie, Ernest Hemingway resta fedele a uno stile narrativo semplice ma non per questo meno potente. Il Vecchio e il Mare (1953) opera commissionata dalla rivista Life e vincitrice del premio Pulitzer, lo dimostra sin dal titolo. In cinque parole ci vengono presentati i due protagonisti e ci viene suggerito l’implicito rapporto che li unisce. Entrambi i termini di “vecchio” e “mare” evocano il concetto di solitudine per cui si può ben dire che il titolo già racchiude, nella sua concisione, il nucleo della storia. Il romanzo avrà il compito di svilupparlo portandoci in alto mare dove il nostro protagonista (e il lettore) vengono immersi nella solitudine all’ennesima potenza. Parallelamente si intensifica anche la lotta orgogliosa del pescatore che, ormai anziano, da molto ormai torna a casa senza aver pescato nulla. Per un momento vive l’illusione di averla spuntata nella sua lotta ossessiva contro la sfortuna, ma l’arrivo degli squali vanifica ancora una volta la sua uscita in mare. Al protagonista non resta che tornare a casa a rivivere un sogno consolatorio, il ricordo dei leoni che molti anni prima, quand’era giovane e forte, aveva potuto osservare in tutta la loro forza e bellezza.

Il protagonista non perde mai il carattere di enigmaticità e nel corso di tutto il romanzo si viene colti da un senso di desolazione che arriva a travalicare la vicenda di un pescatore anziano per arrivare a toccare dei tasti che hanno a che vedere con la nostra stessa esistenza. Ma come ci riesce l’autore? La maestria di Hemingway radica precisamente nella sottile allusione a tutto quello che l’opera non arriva a dichiarare esplicitamente, per cui la lotta del pescatore finisce per convertirsi nella metafora narrativa della lotta di qualsiasi uomo per dotare di senso la propria esistenza.

Fonti: P. Capdevila Royano, F. Chiaravalloti, M. Comes Cladera, R.J. Cantavella, M.de la Rosa Miles e P. Pérez López, materiali per il Corso di Scrittura.

Traduzione e rielaborazione: Nadia Zamboni Battiston

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Hemingway in poche righe

L’irresistibile fascino che Ernest Hemingway (1899-1961) suscitò e suscita ancora è dovuto non solo ai successi letterari, riconosciuti con i premi più prestigiosi come il Pulitzer (per Il Vecchio e il Mare, nel 1953) e il premio Nobel per la Letteratura nel 1954, ma anche e soprattutto perché in un’unica personalità si intrecciarono la figura di libero viaggiatore all’insegna dell’avventura, il volontariato e il ruolo di corrispondente di guerra, l’appartenenza alla “Lost Generation” e, infine, l’epoca di pescatore in acque cubane.

Pur in contatto con le avanguardie, fu propenso all’uso di uno stile narrativo che prediligeva la semplicità che gli permetteva di far convergere l’attenzione del lettore sulla problematica dei suoi personaggi. Tra i titoli più famosi vanno senza dubbio citati “Addio alle armi” (1929) e “Per chi suona la campana“(1940). Secondo la critica, la produzione di racconti costituisce la miglior parte della sua opera letteraria. Nel 1938 l’autore li ricompilò nella raccolta “I primi quarantanove racconti“. (continua…)

Fonti: materiali Scuola di Scrittura

Traduzione, parafrasi: Nadia Zamboni Battiston