L’occhio sociale

I cuccioli (1967) di Mario Vargas Llosa, argomento e trama

Il romanzo breve I cuccioli (1967) segue l’evoluzione di un gruppo compatto di amici, in una storia che nel punto di epilogo riprende la stessa struttura di paragrafo utilizzata per l’incipit.

Essendo il gruppo di “cuccioli” tutto maschile, dalla miscela tra voce del narratore onnisciente e discorso diretto libero scaturisce una visione del mondo totalmente “di parte”, dove la sfera femminile, che in fase adolescenziale è vista come castello da espugnare in vista della piena accettazione in società, ha la funzione di rafforzare convinzioni e comportamenti conformati prevalentemente secondo le esigenze maschili. Ciò risponde fedelmente alla situazione dell’epoca -il 1968 e la sua rivoluzione non si erano ancora affacciati sulla scena mondiale- e alla situazione culturale locale.

A partire dalla fase infantile fino all’età adulta restano immutati nei personaggi determinati valori, soprattutto la solidarietà e l’affetto fraterno, ma anche un certo rigore che identifica nella virilità un valore supremo e di auto-affermazione. Ovviamente, per poter avere una storia dobbiamo avere anche l’evento che altera equilibri e spezza per sempre un’armonia, il cosiddetto “fattore scatenante” che stabilisce un prima e un dopo.

Nel caso in questione, il destino colpisce duramente durante l’infanzia uno degli amici. Cuéllar, un bambino integratosi in un secondo tempo nel gruppetto, viene attaccato negli spogliatoi della scuola da un cane feroce che lo evira. All’inizio lo sconcerto è più centrato sullo spavento provocato dal fatto in sé e sul timore degli amici per la sopravvivenza della vittima. Il gruppo comprenderà la reale drammaticità dell’incidente al sopraggiungere dell’adolescenza e della conseguente maturità sessuale. È da questo momento in poi che Cuéllar assume un atteggiamento di sfida e rivela un’aggressività che sfoga in prodezze rischiose, soprattutto in automobile. Sarà proprio un incidente dovuto alla sua deliberata imprudenza a determinarne la morte.

In questa storia di formazione, l’unisono della crescita e della ricerca della propria identità viene alterato da una nota stonata: un futuro uomo a cui non vengono offerte alternative rispetto ai modelli accettati socialmente a causa “dell’anomalia” che l’ha macchiato. Tutti gli amici trovano una ragazza, ovvero compiono il passaggio che dimostra la regolarità della loro situazione; Cuéllar sa di non poter “essere uomo”, per cui le ragazze le snobba. Gli incidenti in macchina, le risse e lo snobismo tentano di affermare la virilità per altre vie. Fondamentalmente a Cuéllar non è dato di trovare il proprio “io” andato perduto con la castrazione.

Le voci che si susseguono nella narrazione rivelano che il gruppo di amici non cessa mai di stimare e tenere in alta considerazione Cuéllar come agli inizi della loro amicizia; allo stesso tempo però il gruppo è sconcertato dai comportamenti dell’amico. Il divario apertosi dopo l’incidente, determina l’allontanamento di vedute. La società in cui vivono i personaggi è talmente restrittiva che l’unico destino possibile per un individuo “diverso” è il fallimento.

L’epilogo giunge in un momento ben preciso: alla vigilia del matrimonio di Lalo, Cuéllar provoca un incidente automobilistico, in cui lui muore e due amici restano feriti. Il corpo estraneo si è così auto-“espulso” lasciandosi dietro parecchi interrogativi da parte di chi ha “la strada segnata” e non si pone troppe domande. È significativo che Cuéllar si assenti dalla scena proprio alla vigilia del raggiungimento da parte dell’amico Lalo di una tappa della vita da cui lui è escluso a priori.

Il paragrafo finale, che riprende la descrizione del gruppo di amici prima dell’entrata in scena di Cuéllar, con gli adattamenti dovuti alle tracce lasciate dal tempo sui loro corpi, suggerisce una concezione della vita come circolo perenne, indifferente alle singole storie degli individui.

Appunti di Nadia Zamboni Battiston

Photo by Marco Bianchetti

 

 

 

Tenace invenzione artistica di una realtà

Completato il romanzo La casa verde (1966), il terzo di Mario Vargas Llosa a essere pubblicato, l’autore decise di concedersi una pausa prima di immergersi nel nuovo progetto che successivamente avrebbe intitolato Conversazione nella cattedrale (1969). Il periodo di pausa non impedì tuttavia il forgiarsi di nuove idee nella mente dello scrittore peruviano, già residente a Parigi in quegli anni. Si trattava di ispirazioni che scaturivano da una coniugazione di fattori: l’aspirazione a portare fino alle estreme conseguenze l’innovativo stile di cui aveva già dato prova in La casa verde; ricordi di gioventù, come quelli a cui fa riferimento nel suo primo romanzo La città e i cani (1963) e un articolo di giornale, letto per caso, in cui si riferiva il caso di un bambino che aveva subito la castrazione a causa del morso di un cane. Questi ingredienti generarono ben dieci versioni di un manoscritto che infine confluirono nel romanzo I cuccioli, pubblicato nel 1967. Immediatamente la storia dello sventurato Cuéllar ebbe forte ripercussione. L’audace sperimentazione formale della voce narrante convertì I cuccioli in un punto di inflessione che avrebbe aperto nuove vie alla letteratura ispano-americana contemporanea. Vargas Llosa arricchì questa eredità in opere posteriori in quella che, secondo la definizione del critico Roland Forgues, era una “tenace invenzione artistica di una realtà“.

Nel 2010 Mario Vargas Llosa vinse il premio Nobel per la Letteratura; la figura di questo autore che rivoluzionò la narrativa ispano-americana fin dagli inizi della propria carriera, negli anni sessanta, ne fu universalizzata. Jorge Mario Pedro Vargas Llosa, ammiratore di Victor Hugo, Joanot Martorell, Gustave Flaubert e William Faulkner scrisse le sue prime opere a Parigi. L’effervescenza letteraria della capitale francese, l’amalgama tra radici latino-americane e influenza europea, più l’intenzione di seguire le orme dei suoi maestri, portarono l’autore a distaccarsi radicalmente dallo stile e dalle tematiche tipici degli scrittori peruviani. I suoi primi tre romanzi furono ispirati da esperienze della sua infanzia, in particolare dagli studi nella scuola militare Leoncio Prado e dalla vita sulle strade del quartiere di Miraflores, a Lima. Nelle opere posteriori la sua attenzione si concentrò piuttosto sui meandri del potere, su chi lo esercita ma anche su coloro che vi si sottopongono. I romanzi come La guerra della fine del mondo (1981), Elogio della matrigna (1988) o La festa del caprone (2000) ne sono la dimostrazione.

Una delle linee lungo le quali si muove la narrativa di Vargas Llosa si fonda sulla premessa che qualsiasi autore è, in un certo senso, un “sostituto di Dio”: lo scrivere un romanzo è un deicidio, un atto contro Dio in cui l’autore è tenuto a concepire una realtà autonoma e autosufficiente. La produzione letteraria deve ambire a rispecchiare tale realtà da tutti i punti di intersezione possibili, per questo nel complesso della sua opera Vargas Llosa si sforza di ripetere non solo i personaggi, ma anche i temi e gli scenari, con l’obiettivo di rafforzare tale concezione. Esattamente nel prologo alla prima edizione de I cuccioli, nel 1967, l’editore Carlos Barral premetteva che: “A chi conosce l’opera precedente di Vargas Llosa il presente testo apparirà pieno di riferimenti ai primi due libri dell’autore e vi identificherà facilmente emozioni e idee che qui prendono un nuovo sviluppo e si consolidano in altre forme“.

Traduzione: Nadia Zamboni Battiston

Testi originali: Materiali di studio della Scuola di scrittura, Barcellona, Spagna

Per una biografia completa, consultare Wikipedia, Mario Vargas Llosa.