L’inventore di sogni

L’universo felice di Peter Fortune

Ricordo una lezione di italiano, a Buenos Aires, in cui utilizzai un brano dell’Inventore di sogni di Ian McEwan. Il passaggio scelto era talmente esilarante che la lezione prese una piega differente (comunque proficua). Brano utilizzato a parte, la vita di Peter Fortune a ogni minimo input decolla verso avventure straordinarie e spinte al limite, che sono un’elaborazione spesso struggente di vicende ordinarie o dolorose della vita di un bambino. Leggendo tutte le incredibili vicende di Peter è come se il lettore riuscisse a riacquistare la fertilità di immagini e suggestioni a cui la mente infantile sa ricorrere per riempire lacune e imparare. Peter è particolarmente tenace nella sua permanenza nel mondo immaginario e si distingue dagli altri bambini proprio perché ci impiega molto più tempo di chiunque altro a vincere la diffidenza verso gli adulti e alla loro realtà disciplinata e troppo ovvia.

Riporto volentieri il brano:

Un Natale il padre di Peter, Thomas Fortune, stava sistemando le decorazioni del soggiorno. Detestava fare quel lavoro. Diventava sempre di cattivo umore. Quella volta doveva attaccare dei nastri in alto in un angolo. Beh, proprio in quell’angolo c’era una poltrona e su quella poltrona a fare niente di speciale, c’era Peter.

-Non ti muovere- disse Mr Fortune. – Adesso salgo sulla poltrona per arrivare al muro.      -Va bene, – disse Peter, – Fa’ pure.

Ed ecco Mr Thomas Fortune salire sopra la poltrona, e Peter salire in groppa ai suoi pensieri. A vederlo si sarebbe detto che non faceva nulla, ma in realtà era occupatissimo. Si stava inventando un modo emozionante di scendere dalle montagne con un attaccapanni e una corda ben tesa tra i due pini. Continuò a pensarci mentre suo padre stava ritto sullo schienale della poltrona, ansimando e stirandosi per arrivare al soffitto. Come si poteva fare, pensava intanto Peter, per scivolare senza andare a sbattere negli alberi che tenevano la corda?

Chissà, forse l’aria di montagna stuzzicò l’appetito di Peter. Fatto sta che in cucina c’era un pacchetto nuovo di biscotti al cioccolato. Non era bello continuare a ignorarli. Peter non fece in tempo ad alzarsi che sentì alle sue spalle un orrendo frastuono. E si voltò proprio mentre suo padre cadeva a testa prima nel buco tra la poltrona e il muro. Poi Mr Fortune riapparve, per prima la testa di nuovo. Sembrava deciso a fare Peter a pezzettini. Dall’altra parte della stanza, la mamma si teneva stretta la mano sulla bocca per non farsi sorprendere a ridere.

-Oh scusa papà, – disse Peter. – Mi ero dimenticato che eri lì.

Fantastico libro che riapre le porte di quando tutti eravamo un po’ inventori di sogni.

Testi: Nadia Zamboni Battiston

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Ian McEwan, L’inventore di sogni, ed. Einaudi, 1994, traduzione Susanna Basso

Foto di copertinaJude Beck on Unsplash

Inviti superflui

Il borghese stregato e altri racconti di Dino Buzzati, Oscar Mondadori Piccoli Classici, ed. 1994

Nella raccolta dei racconti più celebri di Dino Buzzati, c’è un canto alla purezza del sentimento d’amore e di tutto l’universo che la mente di chi ama sa generare attorno alla persona amata. L’impulso di voler vivere le migliori cose possibili e di respirare almeno l’ombra dei mondi di bellezza che si nascondono nelle nostre anime scaturisce e si proietta verso chi, semplicemente esistendo, ci rende felici. Inviti superflui è il gioiello che mi ispira i migliori pensieri ogni volta che ne leggo il meraviglioso incipit:

Vorrei che tu venissi da me in una sera d’inverno e, stretti insieme dietro i vetri, guardando la solitudine delle strade buie e gelate, ricordassimo gli inverni delle favole, dove si visse insieme senza saperlo. Per gli stessi sentieri fatati passammo infatti tu ed io, con passi timidi, insieme andammo attraverso le foreste piene di lupi, e i medesimi genii ci spiavano dai ciuffi di muschio sospesi alle torri, tra svolazzare di corvi.

La prosaica indifferenza dell’amata già stanca, già assente, pur suscitando delusione, viene accettata come fatto in sé e non percepita come ostacolo all’amore e, anzi, scatena ulteriori immagini di un’estasi che in parte esiste ancora:

Ma tu -lo capisco bene- invece di guardare il cielo di cristallo e gli aerei colonnati battuti dall’estremo sole, vorrai fermarti a guardare le vetrine, gli ori, le ricchezze, le sete, quelle cose meschine. E non ti accorgerai quindi dei fantasmi, né dei presentimenti che passano, né ti sentirai come me chiamata a sorte orgogliosa. Né udresti quella specie di musica, né capiresti perché la gente ci guardi con occhi buoni. Tu penseresti al tuo povero domani e inutilmente sopra di te le statue d’oro sulle guglie alzeranno le spade agli ultimi raggi. Ed io sarei solo.

Non c’è risentimento, è solo una triste constatazione delle differenza tra un essere vivente e l’altro, e di come si sia infranta la magia della comunione. Il protagonista, rassegnato e realista, non è comunque naufrago, o se lo è, almeno è approdato alla sua intima isola di pace:

Io sono ormai uscito da te, confuso tra le innumerevoli ombre. Eppure non so pensare che a te, e mi piace dirti queste cose.

 

Selezione, testi: Nadia Zamboni Battiston